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Tradizione veneta e gesti di solidarietà

Tra gli obiettivi del Club c’è l’impegno a tramandare e valorizzare la cultura contadina veneta, ricordando anche il giornalista Alfio Menegazzo a cui è dedicato il premio giornalistico, e sostenere gli studenti talentuosi

Andrea Menegazzo, La Difesa del Popolo di domenica 17 febbraio 2013


Continua incessante l’attività dell’associazione Club cinque archi di Vigonza. Il programma 2013 si articolerà secondo due direttrici ormai consolidate. Da un lato il recupero e la valorizzazione della cultura e delle tradizioni venete, dall’altro tante iniziative di solidarietà. Per il primo aspetto saranno due gli eventi di punta di quest’anno: la gara della sopressa (vero e proprio campionato triveneto di categoria) e il premio giornalistico Alfio Menegazzo. Per il secondo si prevedono borse di studio a favore di studenti delle scuole medie, interventi di animazione per i giovani ospiti della casa-famiglia di Dolo e poi molto altro effettuato in silenzio, con discrezione, in totale anonimato grazie alla collaborazione con i parroci della zona.

Franco Tacchetto presiede l’associazione fin dalla sua costituzione nel 2003 (il gruppo "dei Cinque archi" però era attivo in maniera informale dal 1992); di recente gli è stata conferita la presidenza a vita. «Mi fa piacere il gradimento dei tanti soci e amici del Club cinque archi — sottolinea Tacchetto — Quando iniziammo la nostra attività eravamo gli eredi della gara della sopressa, nulla più. Fin da subito ci interrogammo sul modo per dare un senso al nostro stare assieme, al condividere tempo, valori e sentimenti. Fu così che puntammo su cultura e solidarietà».

Tra i primi lavori ci fu lo studio sulla sopressa. 
«È vero. La sopressa è sicuramente uno dei nostri capisaldi, ma non si tratta solo della gara che ogni anno allestiamo a fine maggio. Sul piano organizzativo è un evento dalla complessità indescrivibile che si sviluppa ciclicamente per l’intero anno. Quello che ci premeva sottolineare era il senso culturale e ciò che rappresentava la sopressa (o meglio: il maiale) nella tradizione di noi veneti. Da qui il compito condiviso con Francesco Jori che ha pubblicato il volume La sopressa tra storia e tradizione».

Come nasce una sopressa del Club cinque archi? 
«Premetto che non si tratta di prodotti destinati alla vendita. Si tratta del frutto di una grande passione di tutti noi che ha la sua prima esplicazione già con l’allevamento del maiale. I mangimi e i prodotti chimici sono banditi, il maiale viene allevato con prodotti naturali. Ci sono poi le varie fasi di stagionatura, in prevalenza nella sede dell’associazione: un casale del 1550. Fosse costruito oggi, si parlerebbe di un esempio di bio-architettura, con serramenti orientati secondo le correnti d’aria e il sole. In realtà si tratta solo del frutto della saggezza e delle esperienze dei nostri antenati».

È nota la vostra discrezione sul tema della solidarietà. Vi muovete con grande riservatezza, quasi in punta di piedi. Perché? 
«Non ci piace l’esibizione, qualsiasi sia l’ambito in cui operiamo. Preferiamo operare con semplicità, a volte in silenzio, a volte ancora nel più totale anonimato. Aiutare chi è meno fortunato, chi ha più bisogno, chi si trova in difficoltà deve essere il frutto di sentimenti privati, non pubblici. Per questo, molto del nostro agire non ha rilevanza esterna. Trovo che anche questi siano valori tipici di noi veneti e fino a quando riusciremo a mantenerli, promuoverli e portarli avanti, sarà un bene per l’intera società. Non ci piace "apparire", preferiamo "essere"».

Perché avete pensato di donare delle borse di studio per studenti meritevoli? 
«Si tratta di una scelta coerente con il nostro pensiero, con i nostri sentimenti. Essere vicini a chi merita e, magari, può avere bisogno è un dovere per tutti. I modi con i quali operare, poi, possono essere diversi. Tra i tanti, noi abbiamo scelto quello delle borse di studio assegnate in accordo con la scuola media di Vigonza».

Che futuro vede per la sua associazione? 
«Non nascondo un misto di timore e di ottimismo. Timore perché per molti di noi gli anni sono tanti, ottimismo perché i nostri figli si stanno interessando alle tematiche per le quali ci battiamo. Lo fanno con la loro mentalità, ma i valori sono gli stessi e gli obiettivi pure».

Questo articolo č © La Difesa del Popolo

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