Club Cinque Archi

Associazione di Promozione Sociale

I Maestri della Sopressa Veneta

I cinque (o meglio, i sei) archi

L'origine e gli ultimi duecento anni di storia
della masseria che ospita la sede del Club

La sede del club

Fosse immersa nella classica campagna inglese, magari con un po' di bruma attorno, la si potrebbe tranquillamente scambiare per la tipica sede di un country-club al cui interno austeri signori col panciotto e l'orologio a catena leggono il giornale o conversano amabilmente.

Invece no. In questo caso ci troviamo nella buona vecchia campagna veneta, quella dove d'estate il sole cucina le pietre, e d'inverno la nebbia avvolge le case. Case come questa, a Barbariga di Vigonza, che tutti chiamano dei Cinque Archi anche se in realtà in origine gli archi erano sei: uno è sparito lungo la sua storia. Una storia lunga ben mezzo millennio.

Origini della Casa dei Cinque Archi

Da un'analisi filologica della costruzione, fatta dagli esperti prendendo in considerazione tipologia, materiali, carattere architettonico e altro ancora, è fondato presumere che la casa dei Cinque Archi sia sorta cinquecento anni fa nell'ambito della rete di masserie benedettine disseminate nel padovano il cui esempio più noto è dato dalla Corte di Correzzola.

Nel corso del XV secolo, si affermò nel nostro territorio il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia che, dopo aver conquistato la terraferma, si dedicò alla sua riqualificazione. E proprio in questo contesto sorse la casa dei Cinque Archi, presumibilmente attorno al 1550, quando la località di Barbariga ancora si chiamava Boaro a testimonianza del legame con la vita dei campi.

Da ricerche effettuate all'Archivio di Stato, l'edificio dei Cinque Archi si può rintracciare nelle mappe del Catasto Napoleonico - risalente al 1800 circa - ed anche in quelle del catasto austriaco datato intorno al 1850.

Ca' Tacchetto: piccola grande storia di una masseria e di una famiglia

Ca' Tacchetto era il nome della casa che oggi Franco Tacchetto, assieme ad altri soci, è riuscito a recuperare, destinandola poi a sede di quel Club Cinque Archi di cui è Presidente. L'ha fatto per una concreta volontà di recupero non solo delle pietre ma anche della memoria, che l'ha guidato nella ricostruzione di una piccola storia di famiglia attingendo a ricerche d'archivio e a testimonianze dei parenti ancora in vita.

La famiglia di Vincenzo Tacchetto aveva quattro figli: Antonio, Emilio, Pietro e Luigi, tutti nati a Perarolo, frazione di Vigonza. Si sa che Pietro, nonno di Franco, nacque nel 1874. Presumibilmente nel 1885 (ma non esiste una data certa), i Tacchetto si trasferirono come affittuari o mezzadri nell'allora Carpanè di Vigonza, attualmente Barbariga, in via Leonardo da Vinci, proprio nell'ex masseria benedettina dei Cinque Archi.

Un documento ufficiale datato 1914 attesta un mutuo di 5.500 Lire contratto dai fratelli Tacchetto.

Risale invece al 1920 l'atto notarile con il quale i fratelli Tacchetto sottoscrivono un contratto di affittanza relativo all'appezzamento di terreno e all'annessa casa colonica per un periodo di sette anni. In seguito il fratello Luigi venne liquidato, e nel 1931 i fratelli Emilio e Pietro si dividono casa e campi. Nel 1956 l'intera proprietà, quindi compresa la casa, viene passata per lascito all'Ospedale Civile di Padova ma erano troppi i ricordi legati a quei luoghi per lasciarli sprofondare nell'oblio: con mille sforzi, Umberto e Cesare (figli di Emilio) e Giuseppe (figlio di Pietro) acquistano ciascuno la propria parte di casa e di terreno, riappropriandosi così della memoria custodita nelle antiche pietre. Finalmente si può tornare a parlare di Ca' Tacchetto. Un po' alla volta l'edificio viene recuperato, non solo dal punto di vista edilizio ma anche dell'uso.

A partire dal 2001 diventa la sede del Club Cinque Archi, ripristinando così quell'uso sociale che gli apparteneva fin dalle origini, e che generazioni di persone si erano tramandate nei secoli.

Architettura ed usi delle antiche masserie

La casa dei Cinque Archi è una masseria. Le masserie erano costruzioni che venivano destinate ad un massaro o ad un colono, inserite in poderi con superficie variabile tra i 30.000 ed i 60.000 metri quadrati. Il massaro era legato al proprietario da un contratto d'affitto o di mezzadria, pagato sia in contanti che col baratto secondo canoni ben precisi stabiliti con appositi decreti governativi come si evince da uno dei documenti ritrovati.

I fabbricati erano divisi in due parti raccordate da un portico, una destinata alle occupazioni rurali e l'altra ad uso abitativo. Tuttavia nella pratica la distinzione non era così netta: all'occorrenza, il settore agricolo era impiegato per viverci (si trascorrevano le serate invernali nella stalla scaldata dagli animali in compagnia dei vicini a "far filò") e viceversa nella zona ad uso abitazione venivano conservati i cereali o messi ad asciugare al calore del camino i salami appena confezionati.

Dal punto di vista architettonico la tipica masseria era solitamente composta al piano terra da una cucina - sistemata nella parte nord del fabbricato - e una cantina. Al primo piano c'erano le camere ed un ampio granaio che serviva anche per l'allevamento dei bachi da seta. La parte rustica era costituita dalla stalla e da un fienile posto al primo piano nella parte posteriore, mentre in quella anteriore un porticato si elevava fino alla copertura per consentire l'ingresso ai carri carichi di fieno e il ricovero degli attrezzi agricoli.

A volte nel porticato o nella stalla veniva ricavata la stanza del bovaro, mentre altri tipi di masserie prevedevano la stalla o boaria - e l'alloggio del bovaro - separati dall'abitazione.

Si trattava comunque di edifici costruiti con materiali più solidi di quelli usati per le case dei braccianti: i muri erano in laterizio misto a ciotoli di fiume e intonacati con malta di calce e sabbia di fiume colorata con ossidi o terre naturali. Di fronte alla casa c'era uno spazio vuoto, l'aia, spesso parzialmente pavimentato, sul quale si stendevano a seccare i prodotti dei campi. Proprio l'aia diveniva di fatto uno spazio di raccordo tra le diverse parti della casa-azienda. Per questo era sempre ben tenuta e di solito ospitava in un angolo il pozzo per il rifornimento d'acqua.